UNO STILE FUORI-ASSE
di Angela Messina *
Max ha scritto nei primi mesi del 2004 la pagina più bella e
gratificante - fino a questo momento - del suo curriculum di danzatore
professionista.
Il musical Chicago, nel quale lavora, è infatti un traguardo
ambizioso per ogni artista completo, versato nella danza, nel canto,
nella recitazione.
I musical da lui interpretati sono grandi classici: sofisticati come
Kiss me Kate, o più spettacolari come Jesus Christ Superstar ed Evita.
Per l'intreccio avvincente, le meravigliose canzoni (All that jazz è
la più nota fra tanti altri pezzi notevoli), e soprattutto per le
geniali coreografie di Bob Fosse, Chicago è il musical per eccellenza,
accessibile solo a professionisti più che capaci, dotati di una presenza
scenica fuori del comune.
Ma, per quanto brillante, la carriera di Max legata al palcoscenico
permette di comprendere la sua personalità professionale solo in parte.
Quando è sulla ribalta, vedo un interprete perfetto; ma non scopro
nulla della sua creatività come coreografo, o delle sue doti come
insegnante.
Invece, nel frequentare i suoi corsi, e osservando come costruisce i
balletti, ho subito la percezione della sua notevole ampiezza di vedute
dal punto di vista artistico.
Mi è già capitato di parlare dello stile di Max in qualche articolo
dedicato alla danza. ‘Eclettico’, ‘poliedrico’, ‘mutevole’ e ‘colto’
sono gli aggettivi che ho sempre utilizzato per cercare di definirlo.
Da dove viene tanta varietà? Ovviamente dagli studi fatti.
Max ha cominciato a studiare danza classica a Napoli nel Lyceum di
Mara Fusco, una delle scuole più rinomate d’Italia (l’editore Gremese ha
in catalogo un titolo su questa accademia), poi danza jazz, funky, hip
hop e contemporanea, fra Roma, Milano e New York.
Percorsi più o meno simili si possono trovare nella storia di tanti
altri danzatori di professione. Senza che questo però si traduca in modo
automatico nella capacità di insegnare e creare spettacoli.
Max, invece, riesce a essere eccezionale in ognuno di questi ambiti,
come dimostrano le conferme sul palcoscenico, l’apprezzamento per le
sue coreografie, l’affluenza ai suoi corsi.
In questi anni il suo stile si è sempre più complicato e affinato.
Da una parte, infatti, si nutre di tecniche diverse e attinge a movenze
di altre culture; poi però Max lega tutto questo materiale in modo
espressivo, armonioso e affascinante.
Che cosa tiene insieme una sequenza che inizia con una posa lyrical,
subito sorprende con uno sbilanciamento che piacerebbe a Forsythe, poi
prevede un gesto da samurai in combattimento, si ingentilisce con
piccole movenze del capo di sapore orientale, abbandona tutto il corpo
in un improvviso passaggio afro, lo riporta di colpo nell’ambito
accademico con una combinazione degna di un adagio classico? … Come si
fondono l’ammiccamento di hip-hop con Bob Fosse, la tecnica Horton con
Isadora Duncan, con il flamenco o, come mi ha raccontato ultimamente,
con alcune pose ispirate alle figure di un vaso antico!? Come può non
diventare, tutto questo, una macedonia casuale, un miscuglio di approcci
che non legano fra di loro?
Credo che ingredienti tanto vari raggiungano il giusto equilibrio,
diventino un meraviglioso unicum grazie a una continua attenzione
all’eleganza, che prevale su tutto. Credo che, nel caso di Max, a
decidere ogni sequenza danzata sia, più della voglia di sperimentare e
spaziare (in lui fortissima), sempre e soprattutto il suo eccezionale
senso estetico.
Quindi gli infiniti stimoli che assorbe, della più diversa origine
geografica e temporale, si accostano e fluiscono senza frizioni. Max
infatti smussa e ammorbisce ogni gesto per evitare passaggi bruschi,
dimostrando grande sicurezza. Ho sempre ammirato in lui la capacità di
semplificare la tecnica, dove necessario: anche se questo non vuole dire
che le sue coreografie siano facili; tutt’altro.
La semplificazione di cui parlo è il contrario di un approccio
accademico, dotto, falsamente elitario, e quindi chiuso in se stesso. È
un approccio che viene invece da una notevole apertura mentale, che
coglie e cattura ogni stimolo e sa rielaborarlo. Questo è ciò che io ho
sempre definito l’aspetto colto della danza di Max.
Ancora, riguardo a Max mi pare importante sottolineare il rapporto
fra danza e musica. Una parte del pathos suscitato dai pezzi che lui
crea è data proprio dall’originalità degli abbinamenti. Potrebbe fare
una coreografia hip hop su una sonata di Chopin; la sbarra a terra col
sottofondo dei Red Hot Chili Pepper; piazza lo stile Duncan su una base
indian-acid (bah!, a me sembravano i Led Zeppelin).
Questo rende ancora più difficile ‘collocare’ la danza che lui
propone, decidere dove metterla nello scenario di filoni e stili d’oggi.
Quella di Max è quindi una danza fuori-luogo; ed è sempre, in senso
metaforico, fuori-asse, fuori-del-seminato, o fuori-degli-schemi. È una
danza a parte.
Infine vorrei aggiungere due ultime considerazioni legate fra loro. La prima delle quali riguarda la tecnica.
Sì, come notano alcuni, la danza di Max a volte non prevede molta
tecnica, se per tecnica si intende l’alfabeto fondamentale del balletto
classico.
Da un lato, però, lo stile di Max presuppone la disciplina della
danza classica, è esaltato dalla danza classica. E questo dimostra come
l’abbia sempre ben presente, anche se la mimetizza in frasi
coreografiche del tutto originali.
D’altro canto, lo stile di Max richiede invece una notevole tecnica
per quanto riguarda i continui, repentini e complessi cambi di postura,
poiché proprio questa è l’impronta genetica di ogni tipo di danza.
In questo senso la tecnica Horton, prediletta da Max, è fondamentale (quanto la danza classica) per progredire nel suo stile.
Per quanto mi riguarda, studio danza classica perché è la disciplina
di base; e infatti noto la sicurezza che mi dà anche quando seguo le
lezioni di Max. Ma, a poco a poco, ho anche notato, non senza sorpresa,
che studiare con Max Bartolini mi fa anche migliorare proprio nella
danza classica. Soprattutto nella morbidezza e nell’eleganza, che sono
gli obiettivi ultimi del balletto; ma anche dello stile di questo
strepitoso insegnante.
È un fatto tutt’altro che ovvio, eppure ormai ne sono certa. E a
lezione, ogni volta che ci faccio caso, mi sorprendo a pensare che,
mentre trascorro tante bellissime ore seguendo i suoi corsi, forse io
sto vivendo l’inizio di qualche cosa che un giorno sarà ricordato nei
libri di storia della danza.
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